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Il sogno nella halakhà, la normativa ebraica2019-07-19T12:58:11+02:00
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Il sogno nella halakhà, la normativa ebraica

Rav Scialom Bahbout

Questo breve scritto, lungi dall’esaurire un argomento cosà complesso, serve solo da introduzione per chi voglia poi approfondire il tema dei sogni nella halakhà.

L’ebraismo guarda con interesse a tutti i fenomeni della vita dell’uomo: ogni azione dell’uomo e ogni situazione in cui esso si viene a trovare, consapevolmente e inconsapevolmente, si trasformano in un’occasione per riflettere e dare significato all’esistenza. La kedushà, la sacralità, che attraverso le mitzvoth l’uomo conferisce alle sue azioni, permette all’uomo di entrare in contatto con Dio, che è l’espressione massima della kedushà.
Mentre, da una parte, il sogno si presta ad essere valorizzato spiritualmente per via dell’aura di mistero che l’avvolge e degli echi quasi soprannaturali che lascia dietro di sé, dall’altra, proprio in quanto sembra sfuggire a una valutazione in qualche modo sperimentalmente visibile, scientifica, il sogno sembra dover essere escluso dal mondo delle mitzvoth, sempre così attento alla realtà concreta in cui l’uomo si muove.
Nel Talmud troviamo opinioni dalle quali si può  dedurre che i sogni sono privi di significato e non sono altro che un’espressione dell’immaginazione dell’uomo; incontriamo però anche numerose affermazioni dalle quali si deduce chiaramente che il sogno è uno strumento attraverso cui Dio parla all’uomo, per indicargli come comportarsi e per comunicargli addirittura la norma da stabilire in determinati casi.
Prove che i sogni rappresentino qualcosa di reale, una sorta di segnale profetico che è destinato a realizzarsi nel tempo, troviamo nella descrizione dei sogni narrati sia nella Bibbia che nel Talmud, dove troviamo anche quali sono le caratteristiche che deve avere un sogno per avverarsi (Berachoth 54 e seguenti).
La validità del sogno per quanto concerne la definizione della halakhà viene discussa ampiamente a proposito della sheelàt chalàm, cioè la domanda (sulla definizione di una norma) fatta in sogno. I Maestri, infatti, discutono se, in linea di principio, è possibile porre un quesito halakhico e chiedere di ottenere una risposta attraverso un sogno. Una volta ottenuta la risposta, rimane il dilemma se la risposta possa essere accettabile secondo i criteri stabiliti dalla halakhà stessa.
Per capire quanto il caso non sia isolato e immaginario, basti ricordare il tosafista Rabbi Jaakov di Corville, che cercava di risolvere i suoi dubbi di natura rituale attraverso i sogni: le risposte da lui ricevute sono raccolte nel libro Sheeloth utshuvoth min hashamaim, Domande e risposte dal cielo. Rabbi Zidkijà ben Avraham harofe’ min ha’anavim, rabbino vissuto a Roma nel 13^ secolo, autore del Shibbolà haleket, respinge l’idea che si possa ricavare la halakhà in questo modo, e giustifica la sua posizione, basandosi sull’affermazione dei Maestri, la Torà non è in cielo (Cap. 157). La maggior parte degli ultimi decisori sostiene che non ci si può  basare sui sogni per stabilire la halakhà.
Anche per quanto concerne l’interpretazione dei sogni, sono stati scritti molti libri e tra gli altri v’à anche chi afferma che, cosà come sono cambiate molte cose, anche l’interpretazione dei sogni è cambiata dal tempo del Talmud ai nostri giorni. 
In generale, tuttavia, la Halakhà considera con attenzione i sogni, tanto da attribuire ad essi, a seconda delle situazioni, una valore normativo che possiamo così sintetizzare:
Questioni di denaro (mamàn): in questi casi non si dà alcuna importanza al sogno e la decisione va presa senza tenerne conto, in quanto in caso di dubbio per questioni di denaro, si deve essere facilitanti.
Questioni di proibizioni (issuràm): nel caso in cui sono coinvolte delle proibizioni, si dà importanza al sogno e la decisione deve tenere conto anche dell’eventualità che il sogno sia vero (per gli issurim, in generale, si deve essere più rigorosi).
 Se il sogno premonizza un pericolo (sakanà) bisogna astenersi dal mettersi nelle situazioni previste dal sogno.
Questioni che non sono contrarie al din, alla norma: chi sogna che la collettività sta per essere colpita da una disgrazia, deve preoccuparsi e fare digiuno, ma se nel sogno dovesse vedere qualcosa che lo invita ad annullare una mitzvà della Torà o dei Maestri non deve dare retta al sogno. 

Casi particolari
I casi che sono trattati più ampiamente nelle fonti della Halakhà, e che qui verranno ricordati sinteticamente, sono i seguenti:
Hatavath chalàm, trasformazione di un brutto sogno in un sogno buono 
E’ la procedura con cui si vuole trasformare un brutto sogno in uno buono e positivo: chi è preoccupato per avere fatto un brutto sogno durante la notte, la mattina seguente, può  andare di fronte a tre amici, a tre persone che gli vogliono bene, affinché glielo trasformino in un sogno buono. Davanti a loro dice: “Ho fatto un buon sogno” e questi devono rispondergli “Il sogno è buono e sarà buono, il Signore lo renderà buono; per sette volte hanno decretato dal Cielo che sarà buono e (quindi) sarà buono”. 
Si ripetono poi queste frasi per sette volte (c’è chi dice tre o cinque).
La ripetizione di queste frasi per varie volte, secondo alcuni, potrebbe essere collegata a una sorta di ritualità magica, mentre secondo altri ha il solo scopo di dare maggior forza all’affermazione, nella convinzione che la parola dell’uomo, cosà come la preghiera, abbia un forte valore. 
E’ importante sottolineare che durante la hatavàt halàm la persona deve richiamare alla mente il sogno. Alcuni maestri sostengono che, dopo che i tre amici gli ripetono per varie volte le frasi consolatorie, egli deve raccontare loro il sogno, in modo che loro stessi glielo possano interpretare in senso positivo.
La cerimonia continua con la lettura di vari versi biblici, nei quaàli si augura alla persona che si verifichino per lui i cambiamenti (hafikhot) 1, i riscatti (pedujot) 2 e le paci (shelomot) 3 desiderati.
Si aggiungono poi sempre altri passi in cui si augura la pace e la forza a tutto il popolo 4 e la benedizione sacerdotale 5 e si conclude con il verso: Và mangia il tuo pane con gioia… 
Secondo alcuni il momento migliore per la hatavà è al mattino dopo shachrit, secondo altri alla fine del giorno, quando si esce dal Tempio dopo ‘arvit.
Si può  fare la hatavath chalàm anche di shabbath, nonostante non si possano fare in questo giorno bakashoth, richieste. Questa liberalità nei confronti della persona che ha fatto un brutto sogno può  essere spiegata dal fatto che i Maestri non hanno voluto che il sabato, una giornata dedicata all’onegh shabbath (al piacere e alla delizia del sabato), si possa trasformare in una giornata negativa, densa invece di preoccupazioni. 
Vale la pena anche osservare che il fatto che la hatavàt chalàm si faccia davanti a tre amici, mette la persona immediatamente a suo agio e può  essere di grande conforto, perché in un momento pur cosà difficile per lui, sa di poter contare su delle persone che gli vogliono bene. 
La hatavath chalàm può  essere fatta anche recitando una speciale preghiera 7 mentre i sacerdoti danno la benedizione, in quanto quel momento è considerato particolarmente propizio: nei luoghi in cui i sacerdoti non danno la benedizione, questa preghiera si può  dire mentre l’Ufficiante dice la benedizione Sim shalàm, facendo attenzione di terminarla mentre l’ufficiante finisce quella benedizione, in modo che il pubblico possa rispondere Amàn anche alla sua preghiera.
La hatavath chalàm dovrebbe essere sufficiente per liberare la persona dalle preoccupazioni, ma qualora questa non bastasse, si può  ricorrere anche al digiuno.

Ta’anith chalàm, digiuno per un (brutto) sogno
Il digiuno che si può  fare quando si è fatto un brutto sogno, ha la funzione di richiamare l’uomo a meditare sulle proprie azioni e a fare teshuvà, ritornare cioà al Signore pentendosi di eventuali trasgressioni fatte o di mitzvoth non eseguite con la necessaria attenzione e concentrazione. 
Una persona, rimasta molto scossa e molto preoccupata per un sogno, può  fare il digiuno perfino di Shabbath e quindi non mettere in pratica la mizvà zakhàr et yom hashabbath lekaddeshà, ricorda il giorno del sabato per santificarlo, la mitzvà positiva del sabato che consiste tra l’altro nel fare i pasti sabbatici con gioia. La halakhà assimila in fondo lo stato in cui si trova la persona quasi al pikàach nàfesh, pericolo di vita: se l’uomo che è rimasto cosà scosso dal sogno mangiasse, potrebbe quasi mettere a repentaglio il suo stato di salute ed equilibrio mentale, stato che può  invece essere ristabilito mediante il digiuno. Tuttavia una trasgressione del genere richiede una riparazione che consiste nel fare il giorno seguente (la domenica) un secondo digiuno riparatore, che può  essere anche rinviato al lunedà nel caso gli risultasse difficile digiunare per due giorni consecutivi.

Nàder chalàm, voto fatto attraverso un sogno. 
Chi sogna di aver fatto un voto nel corso di un sogno, se non vuole metterlo in pratica, alcuni sostengono che non sia necessario scioglierlo, mentre altri ritengono che sia indispensabile, in quanto un voto fatto nel sogno ha un valore addirittura superiore a quello fatto da svegli. Secondo quest’ultima opinione, per lo scioglimento di un voto fatto in sogno sarebbe necessaria la presenza di dieci persone. 
Chi ha sognato di aver giurato di fare una mizvà, ha l’obbligo di mantenerla. Altri Maestri sostengono che si devono prendere in considerazione solo quei sogni che comportano un neder di mizvà, ma non un neder di hassidut (cioà un atto gratuito e non dovuto di benevolenza).

Niddui chalàm, scomunica 
o interdizione avvenuta in sogno.
Nel caso una persona sia stata scomunicata o interdetta in sogno, sia che il sogno sia stato fatto dalla persona stessa o da altra persona, si deve provvedere a sciogliere l’interdizione davanti a dieci persone. Questo scioglimento può  essere fatto anche di sabato, cosa di norma proibita per gli atti di scioglimento, in quanto in questo caso l’atto di scioglimento è considerato zàrech shabbath, una necessità del sabato.
In conclusione, la discussione sui sogni, sul loro valore, sulle precauzioni da assumere per non fare brutti sogni, cosà come i tentativi di interpretazione, occupano uno spazio notevole nel Talmud, così come nella tradizione ebraica successiva e nei libri di Responsa giuridici.

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